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SMART DUST,la POLVERE intelligente(ITALIANO,ENGLISH)

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I giornalisti, le scie chimiche e la polvere intelligente

http://scienzamarcia.blogspot.com/2010/02/traduzione-dellarticolo-smart-dust-not.html

Nel suo articolo Ecco la polvere che spia pubblicato sul quotidiano La Repubblica il 31 ottobre 2002, Federico Rampini descrive la polvere intelligente o “smart dust” come un pulviscolo composto di miriadi di microchip.

Di essa egli scrive che:

Il Pentagono la definisce “La tecnologia strategica dei prossimi anni” (…) Il pulviscolo intelligente è fatto di miriadi di computer microscopici. Ognuno misura meno di un millimetro cubo ma incorpora sensori elettronici, capacità di comunicare via onde radio, software e batterie.

Invisibile e imprendibile, la polvere di intelligenze artificiali si mimetizza nell’ambiente e capta calore, suoni, movimenti. Può essere diffusa su territori immensi e sorvegliarli con una precisione finora sconosciuta. Sa spiare soldati standogli incollata a loro insaputa, segnala armi chimiche e nucleari, intercetta comunicazioni, trasmette le sue informazioni ai satelliti.

Dietro la polvere intelligente c’è uno dei più potenti motori del progresso tecnologico americano, la Defense Aduanced Research Projects Agency (Darpa) che è stata all’origine di innovazioni fondamentali, compreso Internet. E’ il braccio scientifico del ministero della Difesa (…)

Gli elementi di base della loro costruzione sono i Merns, micro-elactro-mecanical systems. Sono micro-computer che integrano capacità di calcolo, parti meccaniche figlie della nano-robotica, più i sensori elettronici: cioè termometri, microfoni miniaturizzati, nasi e microspie che captano movimenti o vibrazioni. (…) I progressi della miniaturizzazione rendono i micro-apparecchi sempre più affidabili e ne allungano la vita, le batterie possono alimentarsi con le variazioni di temperatura o le vibrazioni. (…) “Il risultato finale sono network invisibili disserninati nell’ambiente – spiega Bruno Sinopoli – che interagiscono fra loro e trasmettono informazioni”.

(…) Come sostiene la Darpa la rivoluzione dei microsensori diffusi nell’ambiente “diventerà la primaria fonte di superiorità nei sistemi di armamento”. L’obiettivo è dichiarato ufficialmente sul sito Intemet della Darpa www.darpa.mil perché per lavorare con gli scienziati di Berkeley anche i militari devono adottate certe regole di trasparenza. Si tratta di dispiegare in massa sensori remoti per scopi di ricognizione e sorveglianza del teatro di battaglia”.

L’informazióne non è stata divulgata dalla Difesa ma gli scienziati californiani non hanno dubbi: la polvere intelligente ha già fatto la sua prima apparizione su un vero campo di battaglia in Afghanistan, dove gli americani hanno cosparso nubi di smart dust sulle zone più impervie e montagnose. Il prossimo test potrebbe essere l’Iraq dove in caso di intervento militare – e anche molto prima-la polvere intelligente verrà cosparsa dal cielo e finirà mimetizzata nella sabbia del deserto per monitorare spostamenti di truppe, artiglierie o rampe dei missili Scud.

A questo punto restano ben pochi dubbi che questa polvere, tanto intelligente quanto artificiale, e sicuramente non adatta ad entrare in contatto coi sistemi respiratori degli esseri viventi, sia stata realizzata principalmente per scopi militari. Anche se alla fine dell’articolo vengono menzionati gli usi pacifici di tale tecnologia, per costruire una rete di sensori anti-inquinamento e per la prevenzione degli incendi, per disseminare sensori interni alle strutture edili che ne percepiscono le lesioni interne (causate ad esempio dai terremoti), non è detto che queste finalità pacifiche siano poi realmente innocue.

Infatti si legge nella chiusura dell’articolo che …

Spalmata sui muri con la vernice, una miriade di micro-computer consentirà di auto-regolare la temperatura e la luminosità dell’ambiente in modo da eliminare ogni spreco di energia. Sempre che non finisca per spiare chi in casa ci abita. A finanziare ricerche sulle applicazioni della smart dust con i fondi federali non c’è più solo il Pentagono. Ora è sceso in campo anche un fondo di venture capital che nella Silicon Valley tutti conoscono bene: si chiama In-Q-Tel ed è una filiale della Cia.

Letto questo articolo magari qualcuno si chiederà come mai, a sette anni e mezzo di distanza, nel sito di wikipedia si parli ancora della polvere intelligente come di un progetto ancora lontano dalla sua possibile realizzazione pratica. Ma sappiamo bene che wikipedia è uno strumento in mano alle élite governative, che lo utilizzano per distorcere la realtà; abbiamo già visto infatti che su tale scandaloso sito vengono sfacciatamente negate le responsabilità governative negli attentati di Londra e dell’11 settembre, nonché l’esistenza delle scie chimiche.

Dal momento che con le scie chimiche vengono diffuse anche queste terribili nanostrutture sensoriali, come dimostrano gli studi della dottoressa Staninger, è facile capire perchè ciò che è ormai da tempo una realtà tecnologica venga ostinatamente considerato inesistente.

La Staninger ha rintracciato nei filamenti estratti dalle ferite dei malati di Morgellons (del tutto analoghi ai polimeri rilasciati con le scie chimiche) delle nanostrutture con un segmento d’oro. Sia la nota tossicologa californiana sia la giornalista indipendente Carolin Williams Palit hanno correlato la luce ultravioletta alla capacità dei nanotubi di autoassemblarsi. Alcune delle loro scoperte vengono confermate da un recente articolo (sulle nanotecnologie per rimuovere l’inquinamento) comparso su Le scienze ove si legge

(…) si è riusciti infatti a mostrare come sottili particelle di metallo e carbonio possano intrappolare goccioline di petrolio nell’acqua che si autoassemblano a decine di milioni per formare minuscole sacche sferiche. Inoltre, gli studiosi hanno trovato che la luce ultravioletta e i campi magnetici potrebbero essere utilizzati per orientare le nanoparticelle, determinando un capovolgimento delle sacche e il rilascio del loro carico, una caratteristica che potrebbe essere utile anche per la somministrazione di farmaci.

(…) in principio venivano utilizzati nanotubi di carbonio a cui venivano collegati corti segmenti di oro. Ma, secondo Ajayan, con l’aggiunta di vari altri segmenti, di nichel o di altri materiali, i ricercatori possono creare nanostrutture effettivamente multifunzionali. La tendenza di questi nanobastoni ad assemblarsi in miscele acqua-olio è dovuta alla proprietà di avere l’estremo di oro idrofilo e l’estremo in carbonio idrofobo.

Più avanti potete leggere la traduzione di un articolo comparso sull’edizione on line del New York Times ove viene confermato che i progressi nella miniaturizzazione nanotecnologica permettono alle nanostrutture sensoriali di ricaricarsi assorbendo energia dalle onde elettromagnetiche dell’ambiente circostante.

E’ quindi facile ipotizzare che l’irradiazione costante ed eccessiva di onde elettromagnetiche (antenne per la telefonia mobile e per i wi-fi, più altre antenne nascoste dedicate a scopi non certo umanitari) è funzionale alla diffusione delle scie chimiche. La sinergia tra scie ed onde elettoromagnetiche è molto probabilmente dedicata ad un sofisticato progetto di manipolazione delle coscienze e controllo mentale (non si spiegherebbe altrimenti come 6 miliardi di persone possano permettere senza protestare che il sole venga cancellato e l’aria ammorbata dai prodotti chimici dispersi tramite le scie degli aerei) ma forse anche ad un progetto ancora più nefasto (ed oscuro) di manipolazione genetica (come dimenticare che le frequenze dei telefonini alterano il DNA?) tesa a trasformare la razza umana con ibridazioni tecnologiche.

Ovviamente la notizia che viene diffusa tramite l’articolo de Le Scienze serve anche a disinformare sulle reali finalità di queste tecnologie militari ed a fornire una copertura; si potrà sempre attribuire ipocritamente la scoperta di tali nanostrutture nell’ambiente a delle operazioni di bonifica, sebbene in realtà la diffusione delle nanotecnologie è un “rimedio” peggiore del male che si finge di voler combattere.

Anche l’articolo del NY. Times assolve in parte a queste finalità; se da una parte in esso si parla della polvere intelligente come di qualcosa di ancora futuribile, d’altra parte si insiste sulle applicazioni positive di tali tecnologie, cercando di convincere le persone che la diffusione di “milioni di milioni” di nanosensori nell’aria che respiriamo possa portare alla fine un beneficio, e facendoci credere persino che possa essere normale in futuro trovare sensori negli alimenti che ci informano quando essi deperiscono.

La realtà è un’altra, ormai queste odiose nanoparticelle hanno permeato l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo ed il cibo che ingeriamo, contribuendo all’aumento di malattie degenerative, croniche e mortali.

Ben sapendo quello che c’è dietro questa sporca storia, una lettura critica del seguente articolo risulta molto illuminante; basti tenere presente che quasi tutto ciò che in tale articolo viene considerato come futuribile o fattibile in realtà è stato già realizzato, come mostra l’articolo di F. Rampini risalente a ben sette anni e mezzo addietro.

Traduzione dell’articolo Smart Dust? Not Quite, but We’re Getting There pubblicato sull’edizione online del New York Times il 30 Gennaio 2010.

Polvere intelligente? Non ancora ma ci stiamo arrivando
di STEVE LOHR

Nell’informatica la visione precede la realtà di una decina d’anni o anche più (…)

Anni fa, alcune persone entusiaste hanno predetto l’arrivo della “polvere intelligente” (smart dust) — minuscoli sensori digitali, dispersi in tutto il mondo, capaci di raccogliere ogni sorta di informazioni e di comunicare con potenti network di computer [computer collegati in rete - N.d.T.] per monitorare, misurare e comprendere il mondo fisico in una nuova maniera. Ma questa intrigante visione sembrava tirata fuori dal mondo della fantascienza.

La polvere intelligente, di sicuro, resta qualcosa di là da venire. Ma il circolo virtuoso della tecnologia relativa a oggetti sempre più piccoli, veloci ed economici ha raggiunto il punto in cui gli esperti affermano che i sensori potranno presto essere abbastanza potenti da essere l’equivalente di minuscoli computer. Alcuni ambiziosi progetti di ricerca sui sensori fanno intuire in che direzione stanno andano le cose.

L’anno scorso la Hewlett-Packard ha iniziato un progetto che essa ha denominato ambiziosamente “Sistema Nervoso Centrale per la Terra,” un’iniziativa da svilupparsi nel corso di dieci anni per collegare fino a un milione di milioni di sensori-spillo intorno al globo. I ricercatori della H.P., combinando competenze nel campo dell’elettronica e sella nanotecnologia, hanno annunciato a Novembre di aver sviluppato sensori con accelerometri 1000 volte più sensibili dei rivelatori di movimento commerciali utilizzati nei regolatori dei video game Nintendo Wii ed in alcuni smartphone.

L’utilizzo di accelerometri nei prodotti commerciali porta a dei cambiamenti nei costi dei sensori, nota Peter Hartwell, da lungo tempo ricercatore nei laboratori della H.P. Negli anni ’80 si è iniziato ad utilizzare gli accelerometri nelle automobili, per rilevare gli scontri in modo da far gonfiare gli air bag. Questa era un’applicazione specializzata e costosa della rilevazione del moto. Ma i sensori economici di oggi, afferma Mr. Hartwell, stanno aprendo la porta ad un utilizzo diffuso, collegando il mondo fisico ai computer come mai era successo prima.

Per ciò che riguarda desktop e centri di elaborazione dati il potere di computazione progredisce inesorabilmente. “Ma è ancora come se il computer fosse un cervello che è cieco sordo e muto rispetto all’ambiente che lo circonda,” dice Mr. Hartwell. “Quello che sta per fare la rivoluzione dei sensori è proprio eliminare questa frattura.”

“La polvere intelligente – ha osservato Joshua Smith, capo ingegnere presso gli Intel Labs di Seattle – per ora è impossiible da realizzare perché senza batterie al momento non funziona. Ma presto questa barriera sarà superata. In futuro, infatti, verranno realizzati sensori intelligenti che potranno gestire volumi di dati ancora più grandi a parità di consumi”.

Sensori muniti di microchip possono essere progettati per monitorare e misurare non solo il movimento, ma anche la temperatura, la contaminazione chimica o i cambiamenti biologici. Le applicazioni per l’informatizzazione basata sui sensori, affermano gli esperti, includono edifici che che gestiscono da soli il proprio utilizzo di energia, ponti che controllano il movimento e la fatica del metallo [sollecitazioni e deformazioni ripetute sulle strutture metalliche possono portare al cedimento - N.d.T.] per segnalare agli ingegneri quando hanno bisogno di essere riparati, autovetture che tracciano gli schemi del traffico e segnalano i buchi nella pavimentazione stradale, carichi di frutta e verdura che segnalano ai negozianti quando maturano ed iniziano ad andare a male.

L’esaurimento dell’energia di alimentazione è stato a lungo il tallone d’Achille dell’informatizzazione basata sui sensori. La polvere intelligente, ha osservato Joshua Smith, un ingegnere capo dei laboratori dell’Intel di Seattle, risultava impossibile perchè i sensori intelligenti avevano bisogno di batterie. Invece che piccoli come un granelli di polvere, egli dice, i sensori sarebbero stati della grandezza dei pompelmi.

Ma l’ostacolo dell’alimentazione, afferma Mr. Smith, si sta rapidamente assottigliando. Progressi nei chip per i sensori stanno portando ad un prevedibile e rapido progresso nella quantità di elaborazione dati che può essere effettuata per unità di energia. Questo, egli dice, aumenta i potenziali carichi di lavoro che i sensori possono gestire e le distanze sulle quali essi possono comunicare — senza batterie.

Alla Intel, Mr. Smith sta portando avanti una ricerca sui sensori che si basa sulla tecnologia commercialmente disponibile per gli RFID (per l’identificazione a distanza) aggiungendo un accelerometro ed un chip programmabile, il tutto in un blocco dell’ordine di grandezza dei millimetri. La sua energia, spiega, può venire o da un lettore a radio-frequenze, come negli RFID, o dalle emissioni energetiche sotto forma di onde elettromagnetiche emesse da parte della televisione, delle radio in FM e dei network connessi con tecnologia senza fili (WiFi ); a riguardo di quest’ultima cosa, egli aggiunge, la Intel sta sviluppando “circuiti che raccolgono energia [dall'ambiente]”.

“La capacità di eliminare le batterie per questi sensori porta la visione della polvere intelligente più vicina alla realtà” afferma Mr. Smith.

In questo modello di informatizzazione i sensori sono dei servitori. Essi esistono per generare dati. E più sensori ci sono, migliore è la qualità dei dati. Una volta estratti ed analizzati, dati migliori dovrebbero permettere alla gente di prendere decisioni migliori su cose molto differenti tra di loro come la politica energetica ed la commercializzazione dei prodotti.

Se l’informatizzazione basata sui sensori decollerà, essa darà luogo alla domanda di una grande quantità di tipologie di hardware e software per registrare, processare e ricercare all’interno dei nuovi oceani di dati delle pepite di conoscenza utile. Questo potrebbe essere quindi una manna dal cielo per il business, con la fondazione di quello che gli analisti chiamano “l’internet delle cose.”.

“Sembra quasi come l’inizio di internet,” dice Katharine Frase, vice presidente per le tecnologie emergenti del settore ricerca dell’ I.B.M. “Potete vedere che l’informatica dei sensori sta per diventare importante ed utile, ma non è possibile sapere in anticipo come essa trasformerà le cose.”

I recenti progressi nei sensori indipendenti possono essere impressionanti, ma alcuni ricercatori stanno seguendo una strada differente. “Abbiamo già distribuito in maniera massiccia dei sensori senza fili — sono chiamati telefoni cellulari ” spiega Deborah Estrin, una scienziata dei computer dell’Università della California, Los Angeles.

Ms. Estrin ed i suoi colleghi al Centro universitario per il monitoraggio con Sensori Collegati in Rete [Center for Embedded Networked Sensing] ha sviluppato diversi progetti che utilizzano i cellulari e la gente nell’analisi e nella raccolta di dati. I cellulari, essi affermano, sono strumenti versatili per raccogliere dati e stanno diventando continuamente più potenti — con telecamere, GPS, accelerometri e connettività ad internet. Il loro lavoro è all’avanguardia in un campo emergente chiamato uso partecipatorio dei sensori.

Un progetto comporta la raccolta di dati sul viaggio, il tempo e la posizione, ovvero il loro inserimento su appositi database sul Web per calcolare l’impatto ambientale su una singola persona e la sua esposizione agli agenti inquinanti (peir.cens.ucla.edu). Un altro progetto, in cooperazione col Servizio dei Parchi Nazionali (National Park Service), utilizza un’applicazione degli smartphone per identificare, fotografare e monitorare l’avanzamento di piante infestanti, come la Phalaris Aquatica (Harding grass) e la cicuta, che possono soppiantare le specie locali e minare la biodiversità (whatsinvasive.com).

Ancora un’altra applicazione è quella di Twitter per i dati segnalati dalle persone stesse sulla vita di ogni giorno (your.flowingdata.com) (…) L’uso più comune (…) è stato quello di monitorare la salute personale — abitudini alimentari, peso, pressione sanguigna, livello di glucosio nel sangue ed gli orari del sonno.

Il cellulare è un compagno costante, immediato ed intimo, sempre lì per informarti, ricordarti ed avvisarti. (…) “La potenzialità di aiutare la gente ad operare dei cambiamenti del comportamento ed a migliorare la propria salute è enorme” afferma Ms. Estrin.

Written by rudy2

March 25, 2010 at 04:09

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