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DRONI, ASSASSINI ROBOTICI VOLANTI

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Quirra un nuovo poligono per la sperimentazione dei droni, gli assassini robotici volanti

 
Mercoledì 14 Gennaio 2009
IL POLIGONO DEI DRONI

A quanto pare il 25 Luglio 2008 (fonte Unione Sarda del 26/7/2008 e Nuova Sardegna del 26 e del 27/7/2008) il governo italiano ha detto la parola definitiva a favore della realizzazione del centro di sperimentazione degli UAV, Unmanned aerial vehicles, aerei senza pilota, anche conosciuti come droni, al Poligono Sperimentale Interforze di Perdasdefogu-Quirra (il PISQ, 13.000 ettari di demanio militare, il più grande in Italia e forse in Europa) .

Pochi giorni dopo, il 1 Agosto 2008, la competente commissione USA (la Defence Security Cooperation Agency) ha concesso al governo italiano di acquistatre, per 330 milioni di euro, una nuova e più letale versione di questi assassini volanti, il predator-b, modello MQ-9, armato con missili anticarro e bombe a guida laser, il Killer dell’Irak, dell’Afghanistan, del Pakistan e dello Yemen e di chissà  quanti altri luoghi (in Palestina gli israeliani usano un altro modello). Una coincidenza temporale assai significativa.
Due gli elementi fondamentali di questo potenziamento del PISQ: il primo è la costruzione di una pista aeroportuale all’interno del poligono, del costo stimato di 400 milioni di euro, sborsati interamente da un colosso militare-industriale, Finmeccanica, che entrerebbe così direttamente nel consiglio di amministrazione e nella gestione del poligono. La “privatizzazione” del poligono è infatti il secondo elemento di questa trasformazione: a quanto pare l’industria militare italiana (Finmeccanica, Avio, Galileo Avionica, Augusta-Westland, Oto Melara, etc.), che stà  conoscendo un momento di grande espansione dei suoi affari, è ansiosa di investire risorse e fare profitti sperimentando i suoi nuovi ordigni al PISQ. Questi signori non sono però abituati a far gestire i propri soldi agli altri, e periò pretendono l’assoluto controllo del Poligono, che deve trasformarsi quindi in una struttura privata cogestita dall’industria e dall’aeronautica militare.
Come sempre  Walter Mura, sindaco di Perdasdefogu e storico portavoce degli interessi militari in zona, prova a rendere la cosa allettante  (Unione Sarda del 28/7 e del 1/8 2008). Al suo modo di vedere si tratta semplicemente di “un diverso utilizzo del poligono, meno gravoso dal punto di vista ambientale, e che apre la strada a grossi investimenti con possibilità  di lavoro, compresa la possibilità  che a Perdas possa nascere un centro per la protezione civile a livello europeo”. Investimenti, posti di lavoro, applicazioni civili: le solite tre parole chiave che da sempre si usano per convincere le popolazioni a sopportare il peso dell’occupazione militare. Ma cosa sono realmente i droni? A cosa servono? Quali sono le loro applicazioni civili? A che cosa è dovuto il loro enorme successo commerciale (tutte le industrie militari sono impegnate a sviluppare oramai centinaia di modelli diversi) e la loro terrificante diffusione sui campi di battaglia?
Dietro lo sviluppo di queste macchine c’è sempre il buon, vecchio sogno dei militari: starsene al sicuro in un bunker di cemento armato a pilotare ordigni con un joistick da dietro lo schermo di un computer, come in un videogioco. àˆ il sogno della guerra moderna: armi pilotate a distanza, assenza di perdite tra i militari, sole vittime civili (ma quelle basa non contarle, come disse il generale Tommy Franks appena arrivato in Irak). Il loro sogno è il nostro incubo, un incubo che si stà . rapidamente trasformando in realtà .

 

I DRONI ITALIANI

I precursori dei moderni Droni sono gli aerei senza pilota usati come bersaglio per le esercitazioni missilistiche. I radiobersagli utilizzati al PISQ sono fabbricati dalla Meteor di Ronchi dei Legionari (nei pressi di Trieste), una società  del gruppo Finmeccanica. La prima guerra nella quale i droni sono stati impiegati massicciamente è stata quella della NATO contro la Serbia, nel 1999. In quella circostanza i droni hanno svolto esclusivamente funzioni di ricognizione e spionaggio, ma da allora le loro funzioni si sono moltiplicate diversificandosi e il loro impiego si è esteso enormemente in tutti i teatri di guerra. Oltre alle iniziali missioni di spionaggio, esplorazione, individuazione degli obiettivi i droni vengono oggi usati anche per guidare i missili direttamente sull’obiettivo (“designazione laser” dicono i militari con termine asettico), e di recente hanno acquisito anche la capacità  di trasportare ordigni e fare fuoco autonomamente, trasformandosi in veri e propri robot-killer. Le versioni piu’ recenti si differenziano in droni che trasportano direttamente armi, che tendono a essere sempre piu’ grandi e potenti, e droni dedicati a missioni di spionaggio ed esplorazione, che, al contrario, tendono ad essere sempre piu’ piccoli e invisibili (Sino a quelli della dimensione di un insetto che la BAE Systems stà  sviluppando per conto dell’US-Army, nell’ambito del programma MAST).
Il primo paese NATO ad aver acquistato questi assassini volanti, dopo gli stati uniti, è stata l’Italia, che già  nel 2002 ha acquistato dalla General Atomics, negli USA, 5 esemplari di Predator-A, drone non armato, che ha poi dislocato poi presso il 32mo stormo alla base di Amendola, in Puglia, ed affidato in gestione alla Meteor (fonte: Panorama 13/12/2002, “l’aereo spia atterra in Italia e non decolla” di Michele Lella). Costo dell’intera operazione circa 50 milioni di euro, di cui il 25% è andato alla Meteor. Uno dei problemi incontrati dall’aeronautica militare è stato quello che i regolamenti di volo internazionale, per motivi di sicurezza, impediscono l’utilizzo di aerei robot telecomandati sulle normali rotte. Il loro uso è limitato alle zone di guerra e ai poligoni militari. Perciò i Predator-A sono stati sperimentati in poligoni esteri, prima che il ministro Parisi, al vertice NATO di Febbraio 2007 a Siviglia, decidesse il loro invio in Afghanistan a supporto del contingente di occupazione italiano (Repubblica 9 Febbraio 2007, “Vertice Nato, l’ offerta dell’ Italia In Afghanistan un C-130 e due droni”, Alberto D’Angerio). L’aeronautica premeva perciò da tempo per avere un poligono nazionale attrezzato per giocare con i robot assassini. Ora l’avranno, è il PISQ.
Il Predator ha le dimensioni di un aereo (14 metri si apertura alare) e puo’ operare sino a 700 Km dal punto di controllo e raggiungere i 7000 metri di quota, ne esiste anche una versione armata (il Predator-B) molto utilizzata dagli americani in tutti i teatri di guerra. Sappiamo molto poco delle stragi causate da queste macchine nelle zone direttamente controllate dagli eserciti NATO e/o USA (come l’Iraq o l’Afghanistan), qualcosa di piu’ si riesce a sapere sulle operazioni in paesi non direttamente occupati. Nello Yemen ad esempio, nel Novembre 2002 un Predator-B ha distrutto un’auto con 6 persone a bordo, sospetti terroristi secondo gli USA (fonte Il Manifesto 12/10/04 “droni cacciatori, morte silenziosa che volteggia sulle nostre teste”). In Pakistan i Predator_B hanno bombardato il villaggio di Damadola (aree tribali al confine con l’Afghanistan) sia il 13 Gennaio 2006 (18 morti tra cui 5 donne e 5 bambini) che il 15 marzo 2008 (due case colpite, almeno 15 morti), mentre il 30 Ottobre 2006 hanno distrutto una madrassa (una scuola islamica) a Bajaur uccidendo 80-85 persone (fonti: articolo di Pervez Hoodbyhoy sul quotidiano Pakistano Dawn, del 9 marzo 2008 e Peace Report del 15/5/2008 “Agguato agli Italiani fuori Kabul”, http://www.peacereporter.net). Sappiamo che gli Israeliani usano i loro droni (sviluppati dall’industria militare nazionale in collaborazione con la Northon Grumman degli USA) per assassinare e mutilare i palestinesi dei campi profughi della cisgiordania e di Gaza (si veda il già  citato articolo del Manifesto e l’inchiesta di Rai News 24  “Gaza. Ferite inspiegabili e nuove armi”, di Flaviano Masella e Maurizio Torrealta). Ora i Predator-B, con i loro missili anticarro e le bombe a guida laser, verranno acquistati anche dall’aeronautica italiana che li userà  per le sue “missioni di pace” e che avrà  il suo poligono per i test e l’addestramento (poligono a basso impatto ambientale naturalmente, come dice Walter Mura, il sindaco del PISQ).
L’industria militare mondiale si stà  gettando avidamente su questo nuovo lucroso e sanguinolento mercato, e i costruttori d’arma nostrani non stanno certo a guardare; Finmeccanica, il colosso industriale italiano pubblico-privato (per un terzo è di proprietà  del ministero dell’economia), ha un gran numero apparecchi UAV (droni) realizzati o in cantiere. Oltre a quelli prodotti da Galileo Avionica: il Nibbio, drone da ricognizione, e il Falco, sperimentato al PISQ e venduto al Pakistan che lo userà  per teleguidare i suoi missili, ci sono quelli prodotti dalla Selex (un’altra controllata Finmeccanica): i piccolissimi Otus, Asio e Strix, e poi c’è il progetto Neuron, un drone armato e invisibile ai radar che deve essere realizzato da un consorzio europeo, di cui naturalmente Finmeccanica fa parte. Poi  c’è il drone-spia sky-X progettato e testato al PISQ dall’Alenia, altro  produttore italiano d’armi interessato alla gestione diretta del PISQ.

 

UN USO CIVILE DEI DRONI?

Vediamo ora quali sarebbero le “applicazioni civili” di queste macchine. Il drone può essere utilizzato in effetti per due cose fondamentali: uccidere e spiare, sul fronte interno degli stati occidentali ci si limita, per il momento a questa seconda funzione. Le polizie, e non solo, sono estremamente interessate a questo tipi di prodotto, direttamente derivato dalle tecnologie militari: robot spia piccoli e leggeri che volano a bassa quota, in modo da non interferire col volo civile e da non far troppi danni in caso di caduta  Si sono già¡ dotate di questo occhio volante la polizie inglese (droni dell’azienda tedesca microdrones), quella di Parigi (drone Elsa, prodotto da una piccola azienda di Nantes), di Miemi e di Los Angeles, ed in via di adozione dalla polizia di frontiera USA e dal suo omologo europeo Frontex, che si occupano della militarizzazione delle frontiere e della repressione dei flussi migratori (fonti: BBC News Channel, 21 May 2007, “The UK’s first police remote control helicopter has taken off.”. La Repubblica 12/10/2007 “Mini-jet spia sulle banlieues a Parigi è scontro per i droni”, Giampiero Martinotti. Punto Informatico 27/3/2008, “Drone poliziotto spierà  la Florida”, Dario D’Elia). In Italia sappiamo che il comune di Milano ha acquistato due droni spia (gli stessi usati a Los Angeles) dal costo di 50.000 euro ciascuno, mentre la Zenit srl, con sede nel polo scientifico di Busto Arsizio, stà sperimentando i droni militari MD4-200 (del costo di 30.000 euro) per scopi di spionaggio e rilievi del territorio (fonti: Corriere della sera 4/6/2007 “Due dischi volanti spieranno Milano,di Gianni Santucci. Libero.it 20/6/2007 “Mini-elicotteri per sorvegliare i cieli di Milano. “. varesenews.it 4/6/2008 “La sicurezza affidata ai droni”).
Il cosiddetto uso civile di queste macchine è quindi semplicemente lo specchio della militarizzazione dell’intera società. Non è certo la guerra che si stà “civilizzando”, sono piuttosto i suoi mezzi e i suoi metodi che stanno diventando di uso comune, ordinario, tanto che lo stato di cosiddetta “pace” diventa sempre più difficile da distinguere da quella che sarebbe invece lo stato di “guerra”. Ogni cittadino è un potenziale nemico interno, da spiare e colpire quando occorre, l’esercito deve essere dispiegato costantemente nelle strade e nelle città, le operazioni repressive vengono condotte con i mezzi, i metodi e spesso gli esiti di un conflitto armato. Piccole “guerre” ai “clandestini”, agli “ambulanti abusivi”, ai “graffittari”, etc. etc. , insanguinano le nostre città¡, e arricchiscono contemporaneamente l’industria della cosiddetta “sicurezza”.
 

I conti della guerra

Il fatto è che con in tempi di guerra, quello delle armi è uno dei pochi settori industriali che tirano e le aziende si adeguano. Il colosso pubblico-privato Finmeccanica-Fincantieri si stà praticamente convertendo alla produzione militare quasi esclusiva, tanto che  oramai il 70% delle sue vendite  sono costituite da armamenti (fonte Sipri, ‘l’Istituto di Ricerca per la Pace di Stoccolma). Una scelta che paga. Nel 2005, trainata dalla spesa militare Italiana, Finmeccanica ha incrementato il fatturato del 37%, diventando la settima industria di armamenti al mondo (seconda solo ai colossi USA e alla BAE System britannica). Da allora la spesa militare Italiana non ha fatto che crescere (solo la finanziaria del Governo Prodi, nel 2007, l’ha aumentata da 18 a 21 miliardi di euro) e la Finmeccanica si stà rapidamente internazionalizzando, trasformandosi in una multinazionale degli armamenti, tanto che nel 2008 ha acquistato per 5.2 Miliardi di dollari, Dsr Technologies, un produttore di armamenti ad alta tecnologia degli USA. Analogamente qualche anno fa Augusta aveva acquisito il produttore di elicotteri militari inglese Westland (Pagine di Difesa 13/5/2008, “Finmeccanica acquista Dsr Technologies”, di Andrea Tani). Come conseguenza crescono in Italia le esportazioni di armi (nel 2005 si è raggiunto il record ventennale di 860 milioni di dollari) e gli appetiti dell’industria bellica, che richiedono sempre nuove risorse e nuovi spazi per sperimentare ordigni, con riservatezza e pochi costi aggiuntivi. Il PISQ.è tra questi.

LE GUERRE DEL FUTURO

Già all’indomani della prima guerra nel golfo il kombinat militar-industriale degli Stati Uniti ha cominciato a lavorare a uno scenario nel quale a uccidere (ma non a essere uccise) nei teatri di guerra sarebbero state sempre di più schiere di macchine controllate a distanza, e sempre di meno soldati in carne ed ossa (per questa visione si veda ad esempio l’articolo “Le Guerre del futuro” di Gary Stix su Le Scienze 331, Marzo 1996). Lo sviluppo di quest’incubo ha avuto un forte impulso durante le amministrazioni Bush Jr, quando, strenuamente voluto da Cheney, è iniziato il programma “Future Combat Systems”, il cui costo, della prima fase di sviluppo, è stato già 25 miliardi di dollari. Questo “Nuovo Sistema di Combattimento” prevede di schierare divisioni di fanteria corazzata fortemente supportate da robot assassini sia volanti (i già¡ noti UAV o droni) che terrestri (i cosiddetti UGV, Unmanned Ground vehicles), il tutto “cablato” in una rete informatica e controllato a distanza da un comando remoto, che potrebbe stare anche lontanissimo,in territorio USA. Le prime componenti di questo nuovo, micidiale, strumento di guerra dovrebbero essere schierate nel 2015 e il programma dovrebbe essere ultimato nel 2030 al costo spaventoso di 200 miliardi di dollari (fonti: La Repubblica 11/6/2005 “Future Combat Systems: la Guerra del futuro”, di Marco Deseriis. Pagine Difesa, 9 gennaio 2008, “US Army, veicoli non pilotati del programma Future Combat Systems”, di Giovanni Martinelli). In realtà  i primi robot assassini terrestri sono stati già  schierati in Iraq sono gli Swords, prodotti dalla Foster-Miller del Massachussetts e finanziati dal programma  Future Combat System. Sono macchine con cingoli, telecamere, visori a infrarossi, e una mitragliatrice da 750 colpi al minuto, teleguidate da un soldato con un PC portatile che può trovarsi sino a 800 mt di distanza. Il progetto è però quello di rendere questi robot completamente autonomi, in grado di muoversi da soli sul terreno, di individuare un bersaglio umano, di ucciderlo. É molto probabile che nei prossimi anni questi robot UGV facciano la loro comparsa al PISQ, per test, prove, addestramenti, esattamente come accade ora per i droni-UAV.
A quanto pare l’idea delle tre leggi della robotica, elaborata dal celebre scrittore di fantascienza Asimov, peccava del tipico ottimismo ingenuo e umanista di alcuni scienziati. Forse la prima legge: “non farai del male agli esseri umani”, andrebbe rovesciata; a quanto pare i primi robot autonomi e “intelligenti” verranno fabbricati dai militari e il loro scopo sarà proprio quello di uccidere esseri umani. Quale ruolo resterebbe allora ai militari in carne ed ossa in questa guerra immaginaria, tutta combattuta da macchine autonome, che non dovrebbero più aver bisogno neppure di un operatore remoto? Faccio una ipotesi: faranno affari. Li troveremo probabilmente ai vertici dei consigli di amministrazione delle imprese che lucrano sulla costruzione di queste macchine per uccidere. Fantascienza? Diamo uno sguardo al  cortile di casa: Finmeccanica ha già arruolato come dirigenti e amministratori ben sette ex capi di stato maggiore in congedo dell’esercito italiano, e ha in corso contratti per 20 miliardi di euro per l’ammodernamento degli arsenali Italiani. Il generale Fraticelli, ex Capo di stato maggiore dell’esercito, presiede la fabbrica d’armi Oto Melara di La Spezia, l’ex capo dello stato maggiore della difesa, il generale Arpino, e presidente invece di Vitrociset, proprio la società¡ controllata da Finmeccanica che ha il contratto per la gestione dei servizi tecnici del PISQ (Giornale di Sardegna, 6/62007, “Truppe d’appalto” di Marco Mostallino).

Così­ il cerchio si chiude.

Strutture che sembrano invincibili hanno forse un punto debole nel loro portafoglio. I militari tanto coraggiosi quando si tratta di lanciare un missile su un villaggio distante centinaia o migliaia di chilometri, lo sono molto meno quando, in un consiglio di amministrazione, devono spendere soldi in un investimento che potrebbe anche comportare dei rischi. L’opposizione popolare, l’interposizione fisica che ostacola le attività dei poligoni, può causare forti perdite economiche (come dimostra anche la dura battaglia sostenuta e vinta dai pescatori di Teulada) e impensierisce gli amministratori delle multinazionali degli armamenti. L’incubo di una società interamente controllata da robot, spie e assassini, dove la cosiddetta pace e la guerra sono oramai la stessa cosa, può e deve essere fermato. Questi programmi hanno costi spaventosi, sostenuti depredando la popolazione delle risorse indispensabili, necessarie a sostenere un livello di vita dignitoso per tutti. La lotta sociale deve sottrarre risorse a questi programmi di morte per restituirli alle esigenze della vita e della salute delle persone. Non abbiamo altra scelta per fermare un futuro da incubo, le sperimentazioni di morte vanno fermate, al poligono di Quirra e ovunque.

http://www.autprol.org/public/news/news000301105102008.htm

Written by rudy2

November 10, 2010 at 09:01

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