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GIALLI DELLA STORIA. Il caso Gorkij

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http://archiviostorico.corriere.it/2001/luglio/23/GORKIJ_polmonite_voluta_Stalin_co_0_010723282.shtml
I GIALLI DELLA STORIA. Nessuna malattia, come dice la versione ufficiale, ma morte per avvelenamento: Vaksberg riapre il caso GORKIJ, la polmonite voluta da Stalin.
MOSCA – Il veleno proveniva dal Dipartimento speciale numero 12 della Lubjanka, la sigla dietro cui si nascondeva il laboratorio segreto creato dall’ ex farmacista e capo della polizia segreta Genrich Jagoda, dove, a partire dal 1934, venivano messe a punto micidiali sostanze tossiche con cui eliminare i «nemici del popolo» in Russia e all’ estero. Veleni capaci di provocare una morte istantanea oppure di condurre gradualmente alla tomba le vittime designate senza lasciar tracce nell’ organismo. Con uno di questi sieri somministratogli attraverso il cibo e i farmaci sarebbe stato ucciso Maksim Gorkij, l’ autore più celebrato delle lettere sovietiche, bandiera degli scrittori proletari e amico di Lenin. Mandante: Stalin. Esecutore: l’ «amico» Jagoda a cui Gorkij – lo rivelano le lettere pubblicate in questi ultimi anni – era solito rivolgersi in termini calorosi. Più esamina documenti e missive, più fruga negli archivi, tornati impenetrabili dopo una breve parentesi, più Arkadij Vaksberg si convince di questa versione, affrontata in un libro avvincente e molto discusso uscito a Mosca e tradotto in francese con il titolo Le mystère Gorkij. «Tutta la vita intellettuale di Gorkij è un enigma – spiega lo studioso -, piena di misteri, zone d’ ombra, contraddizioni. Ma su un punto restano pochissimi dubbi: Stalin non poteva permettersi di lasciare in vita Gorkij, amico di Bucharin e Kamenev. Morto, diventava un alleato e un santo. Vivo, rimaneva un pericolo». Storico e politologo (in Italia Mondadori ha tradotto il suo saggio su Vyscinskij), Vaksberg ha dedicato la maggior parte delle sue ricerche alle zone più torbide e oscure della storia sovietica. Alla vigilia della stagione dei «Grandi Processi» Gorkij era diventato un personaggio scomodo e ingombrante per il dittatore. «Da vivo gli era servito per glorificare lo stalinismo. Esaurita la missione, aveva bisogno del suo cadavere su cui costruire il mito. Gorkij morto è la gloria di Stalin», dice Vaksberg. Certo, la sua è una ricostruzione che si basa essenzialmente su una grande quantità di indizi, come quelle di altri studiosi impegnati a risolvere uno dei gialli più intricati della storia sovietica. E gli indizi più probanti, per Vaksberg, scaturiscono innanzitutto dalle circostanze storiche. Cantore dell’ odio di classe, della polizia segreta e dell’ arbitrio staliniano, glorificatore del lavoro forzato, pronto ad «annientare il nemico che non si arrende», sul finire dell’ esistenza Gorkij, rinchiuso in una gabbia privilegiata, cerca di riconciliare Stalin con l’ opposizione bolscevica e si batte per una politica di moderazione in campo letterario, attraverso la neonata Unione degli scrittori. Nel 1935 gli viene impedito di partecipare a Parigi al Congresso internazionale degli scrittori in difesa della cultura. Il Gorkij che non scriverà mai la biografia di Stalin è caduto in disgrazia. «Stalin non temeva che Gorkij prendesse pubblicamente posizione contro di lui o disapprovasse le condanne degli oppositori – osserva Vaksberg – ma, ripeto, il culto di un uomo morto è molto meno imbarazzante di quello di una persona viva di cui si è costretti a diffidare in permanenza». Dal Cremlino parte, dunque, l’ ordine di mettere a tacere per sempre il vecchio tubercolotico. Scartate le altre due versioni più ricorrenti sulla morte di Gorkij – decesso naturale per polmonite, secondo il bollettino medico, e assassinio organizzato dal «blocco antisovietico trotzkista di destra» che vedrà di lì a poco sul banco degli imputati Jagoda e i medici curanti – Vaksberg dà credito all’ ipotesi del veleno realizzato nel laboratorio segreto del Nkvd, diretto dai generali Eitingon e Sudoplatov. Gorkij muore a Mosca il 18 giugno 1936 nella stessa casa in cui Lenin aveva trascorso paralizzato gli ultimi anni di vita. Due settimane prima, sette membri del personale avevano contratto una malattia che presentava gli stessi sintomi di quella di Gorkij, deceduto ufficialmente in seguito ai «postumi di un’ influenza degenerata in polmonite catarrale». «La servitù non aveva avuto nessun contatto con lo scrittore – racconta Vaksberg -. C’ è quindi da supporre che l’ origine del malessere risiedesse nel cibo preparato per Gorkij dalla polizia segreta e che lo scrittore praticamente non toccava. Alla Lubjanka ignoravano che gli avanzi sarebbero finiti ai domestici. Un errore banale. Quei sintomi avrebbero potuto essere provocati da un siero modificato a base di una coltura di stafilococchi e pneumococchi. Tutta la documentazione medica, dal certificato di morte, ai dossier discussi al processo del 1938, fino all’ inchiesta condotta nel 1990 da una commissione di esperti, non chiarisce le cause della morte di Gorkij. Perché, questa resta l’ ipotesi più plausibile, il veleno non aveva lasciato tracce». Ipotesi, indizi, congetture, ma le prove? Vaksberg s’ infiamma: «Tutti aspettano le prove. Ho fatto l’ avvocato e mi rendo conto che occorrono prove concrete per condannare un imputato, ma qualunque giudice sa valutare il peso delle prove indirette, degli indizi, specialmente quando risultano numerosi. Quali prove si cercano? Un ordine scritto di Stalin, la confessione di Jagoda? Non si troveranno mai. La verità si cela negli archivi del Kgb, dove esistono le prove dell’ attività criminale di un laboratorio in cui i microbiologi Talmud e Muromtsev e il presidente dell’ Accademia di medicina Blokhin sperimentavano combinazioni di agenti patogeni in grado di aggredire con efficacia un organismo indebolito come quello di Gorkij». Un altro specialista di Gorkij, Vadim Baranov, avanza il sospetto che ad avvelenare lo scrittore, su ordine di Stalin, sia stato il suo ultimo amore: Marija Ignatevna Budberg, detta Mura, moglie e amante di grandi scrittori e uomini potenti, sul libro paga della Lubjanka, dell’ Intelligence Service e di chissà quanti altri servizi segreti, la «donna di ferro» ritratta da Nina Berberova che consegnerà parte dell’ archivio di Gorkij al governo sovietico. «Ma perché Stalin avrebbe dovuto correre dei rischi enormi ricorrendo a pressioni e minacce nei confronti di una persona che viveva all’ estero? – obietta Vaksberg – Mura aveva trascorso con Gorkij i quindici anni più belli della sua vita. Metterla al corrente dei terribili segreti della Lubjanka significava condannarla a morte. Come avrebbe potuto accettare un incarico del genere?». Né Vaksberg condivide la versione di Gorkij «dissidente» nella fase finale della vita, in stretto contatto con Kirov, il capo del partito di Leningrado, il cui assassinio nel 1934 segnò l’ inizio delle Grandi Purghe. Uno scenario che vede Gorkij inviare a Leningrado il figlio Max, stipendiato dalla Lubjanka, per incontrare Kirov e studiare un piano per detronizzare Stalin. Appena messo piede a Leningrado, Max viene richiamato a Mosca da Jagoda e muore di polmonite qualche giorno dopo in circostanze oscure. «Gorkij non aveva la forza fisica e morale per opporsi a Stalin, non era un politico, non ordiva complotti – spiega lo storico -. Tutto venne architettato da Jagoda che si era reso conto del clima orrendo e sanguinolento in cui stava precipitando il Paese e pensava di salvarsi la pelle svelando a Stalin complotti e congiure. Nel caso specifico, essendo l’ amante della moglie del giovane Gorkij, avrebbe tratto un doppio vantaggio. Perciò invia Max a Leningrado, gli intima subito dopo di rientrare, informa Stalin del “tradimento” e lo fa uccidere». Più si scava nella vita di Gorkij, più enigmi e misteri s’ infittiscono. La chiave per dipanarne qualcuno potrebbe forse trovarsi in Italia, nei dossier, conservati nell’ Archivio centrale dello Stato, che la polizia fascista avrà sicuramente istruito su Gorkij mentre viveva a Sorrento ed era in corrispondenza con intellettuali e politici sovietici cha approfittavano dei viaggi all’ estero per scrivergli e fornirgli un quadro della situazione ben diverso da quello che gli dipingevano nelle lettere dall’ Urss. I censori di Mussolini controllavano sicuramente tutta la corrispondenza di Gorkij, esclusi ovviamente i messaggi che gli arrivavano con la valigia diplomatica e gli venivano recapitati dal console sovietico a Napoli. Vaksberg è convinto che passando in rassegna il periodo che va dal 1925 al 1933 si possano rinvenire «materiali eccezionali in grado di dare una risposta a molti misteri». Negli archivi del ministero degli Esteri russo i rapporti su Gorkij che inviavano all’ epoca a Mosca gli ambasciatori sovietici a Roma sono top secret. «Una ragione in più – conclude il politologo – per indagare in Italia e far luce su una figura tragica divenuta vittima della propria volontà di incarnare il ruolo storico di Messia invece di ubbidire al suo talento letterario». Fra Napoli e Mosca 1868 Maksim Gorkij, pseudonimo di Aleksej Maksimovic Peskov, nacque a Novograd. 1907 Si trasferì a Capri dopo il secondo arresto dovuto alle sue posizioni favorevoli alla rivoluzione, espresse in molti scritti e durante una protesta antizarista, dove scrisse il suo capolavoro, «La madre». 1925 Dopo aver ricoperto il ruolo di organizzatore culturale a Mosca nella fase post rivoluzionaria, a Sorrento scrisse «L’ affare degli Artamonov». 1931 Si stabilì definitivamente a Mosca dove pubblicò «La vita di Kilim Sangin». 1936 Morì a Mosca

Written by rudy2

October 20, 2012 at 19:18

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